Siamo andati in Europa, parte prima (di Mokambo e V.)
Non è stato, a ben guardare, un lungo viaggio, ma credo che a chi frequenti questo sito ciò importi ben poco. Non abbiamo scalato vette o superato fiumi in piena, non abbiamo dovuto neppure superare parametri stabiliti in improbabili cittadine olandesi o adeguarci a misteriosi patti di stabilità. A sei ore dalla mia città (ma a quattro da Milano), siamo finiti in un mondo tanto variegato da uscirne anche un po’ storditi.
La Slovenia è a un tiro di schioppo, come dicevamo, ma appena passi il confine e la strada comincia a inerpicarsi verso la soglia di Gorizia, l’aria cambia…Sarà la lingua…Sarà che qualcuno guarda ancora la tua targa italiana con un certo sospetto, oppure sarà soltanto che sei straniero un minuto dopo essere a casa. Vedi paesaggi familiari e paesi identici a quelli che hai lasciato in fondo ai vertiginosi rettilinei friulani, ma ne escono vive e vegete figure strane, a metà tra un fumetto gitano e i ricordi delle nostre nonne.
La cortina di ferro si sente ancora, ma forse è solo nella nostra testa quando ci fermiamo in un barettino lungo la strada per un caffè od una sosta in bagno. Certo, la guida dice che l’italiano lo capiscono tutti, ma poi devi fare i conti coi piccoli bisogni di tutti i giorni. Inglese? Mmm… con i ragazzi può andare, ma chi sapesse il tedesco forse se la caverebbe meglio. In fondo però basta un po’ di buona volontà e la voglia di affidarsi alla squisita gentilezza di quello che è un gran bel popolo (in tutti i sensi).
Quello che ci spaventa, mentre la strada diventa sempre più stretta, è la fine dei nostri riferimenti usuali. Nascono quasi dal niente foreste di conifere e montagne franose che decollano dalla pianura, che ora ci sembra già scialba e anonima, e che si aprono in valli mirabolanti e deserte. Ci sentiamo un po’ persi ed anche se cerco di dimostrare la sicurezza che ci si aspetta da me, mi aggrappo alle targhe e ai tir che ci precedono lungo le stradelle alpine slovene.
In realtà non siamo al Camel Trophy, semplicemente questi paesi stanno ancora creando le loro infrastrutture e lo fanno a ritmo forsennato: chilometri e chilometri di cantieri stanno tessendo anche in questo momento la loro ragnatela da Vukovar a Nôva Gorica. Dopo un’oretta, infatti, ci ritroviamo già su un’autostrada dal confortante universale anonimato. Le montagne si addolciscono, anche se il verde cupo domina ancora ovunque, e i nostri Euro ritrovano il loro valore. La sottile malia che mi prende (non so voi…) all’inizio di ogni viaggio sparisce, non tanto perché mi senta più a mio agio in un autogrill, ma solo perché il territorio è cambiato ancora, e adesso c’è come una barriera che si frappone tra me e il ritorno, e io ho così la certezza di essere in viaggio.
Cerchiamo di memorizzare tutto quel che vediamo, indichiamo i punti cardinali col dito, mentre il naso rimane attaccato alla guida, e tentiamo di evocare ai nostri occhi paesi, abbazie e castelli, che già sappiamo non potremo vedere in questo viaggio e che si stagliano, incuranti dei nostri indici puntati, dietro alle montagne verdissime e i paesi disegnati sul parabreeze [questa citazione è per te, vecchio, ma pur sempre valido Bì]. Va bè, adesso basta, sto esagerando… in fondo Lubiana è vicina e ci segniamo frettolosamente i posti da vedere in una prossima vacanza che chissà mai se verrà, perché siamo già in mezzo alle case, mentre il paesaggio degrada in una dolce pianura. E dalle prime abitazioni al centro è l’attimo di una manciata di chilometri
La capitale è piccola, una città di circa trecentomila abitanti, e se ci togliamo le zone industriali e quelle strettamente residenziali, ne rimane ben poco. Pigra, si stringe intorno al suo fiume, la Ljubljanica ( pron “liubianiza” che vuol quasi dire “amata”), che ne avvolge il centro intorno alla collina del castello; da lontano sembrerebbe una perfetta ambientazione per Frankenstein Jr., ma poi ne cominci subito a cogliere gli aspetti caldi e accoglienti.
La visita in sé non richiede molto tempo: la stessa cattedrale ne rivela il carattere (o meglio l’aspirazione) “provinciale”, con quella sua facciata rivolta a un vicolo e il lungo fianco offerto alla piazza lungofiume; il municipio, ma anche i ministeri, non sembrano altro che case abbellite e meglio esposte delle altre, l’onnipresente intervento di un unico (per quanto notevole) architetto, Ple?nik, conferma questa sensazione. L’idea di villaggio tedesco rimane a lungo: anche la luce e i colori sono quelli dell’Europa centrale, ma senza averne il freddo pungente che ti aspetteresti ( e la stessa cosa penso si possa dire della gente). Così pure la cucina è un piacevole misto di fragranze mediterranee che smorzano e profumano i gusti forti della cucina mitteleuropea Per tutti valga l’esempio del loro vino, di cui vanno a ragione molto orgogliosi: il refosco (meglio: refosko) bevuto al “Sokol”, di fronte alla cattedrale, era rotondo e profumato e nessun Riesling del Reno riuscirebbe a competere con i sui aromi; ma in generale un sacco di Gostline (osterie) offrono pasti più che decenti a prezzi abbordabili: i sapori invogliano a concedere attenzione particolare alle pietanze: la Slovenia è la fiera patria dell’orso. La mia “socia” mi ha visto abbuffarmi ai ristoranti lubianesi ed ora ne è certa!
A proposito: la vita è meno cara che in Italia, ma ovviamente non ti regalano nulla: considerate un 25, 30% in meno di quello che paghereste gli acquisti qui da noi…Una curiosità è che gli Sloveni hanno ancora il gusto per la moneta cartacea ed imponente: I loro talleri sono molto belli e di ogni tipo di taglio e colore, quindi non è difficile ritrovarsi le tasche piene di fascinose banconote, che non mettono però insieme il valore di un caffè…
La Lubiana vera, poi, quella che ti rimane un po’ dentro, finisci per ritrovarla sulle birrerie del lungo fiume, ma anche seduta sui gradini del monumento a Prešeren o sulle panchine delle trg (non è una sincope dello scrivente: è il nome sloveno per “piazza”) che sono seminate un po’ ovunque in un centro disegnato a misura stretta di pedone. Il rame ossidato marca ovunque il territorio e il suo verde brillantissimo ti parla forte della natura austroungarica della città. Non fosse per la brezza tiepida, che di tanto in tanto fa capolino da sud, ti potresti quasi sentire in una Praga in miniatura, come mi conferma il mio socio, che, beata lei, quella città ha già visto.
Credo possiamo consigliare di non mancare ad un’ascensione al castello (10 minuti di ripide “creuze” tra le vecchie case con giardino a ridosso del centro): il grande cortile interno (che stanno ristrutturando) è molto solare, attraversato com’è da orde di scolaresche slovene urlanti o attempati turisti tedeschi che prendono il caffè, e la vista dalla cima della torre mozzafiato. Il museo virtuale merita una visita, ma probabilmente solo dopo aver gironzolato un po’ in città, così da poter cogliere meglio la storia dei vari scorci urbani.
Ripetiamoci, però: chi cercasse musei o monumenti dirotti altrove. Uno dei più bei momenti passati è stato quello condiviso con una Guinness (tipica bevanda slovena, come potete capire), bevuta al “Cutty Sark”, delizioso locale che riuscirete solo a intravedere in un cortile dietro la centralissima Wolfova Ulica, o la pennichella al Parco di Tivoli, con la sua verdissima prospettiva vicino alle splendide chiese ortodosse delle periferia (le prime che io avessi mai visto… bellissime). Lubiana è un po’ come quelle valige che ci si porta dietro ovunque, perché, anche se piccole, sono così pratiche… e ci troviamo sempre dentro tutto.
Insomma, qui mi vado dilungando senza riuscire a dire niente, ma in fondo è proprio quello che Lubiana ti dà: una vacanza di ristoro per un paio di giorni da settepiù; ricordate una cosa, quando cominciate a vedere i primi incomprensibili accenti e segni sulle lettere latine dei cartelli:
State entrando in Slovenia: rilassatevi…
